Barrette con inviti di cera o di legno ?

Come scegliere tra barrette con inviti di legno o inviti di cera

Ho la sensazione di essere l’unico a preparare le barrette con gli inviti di cera in modo tradizionale.

In giro si trovano barrette da Warré fondamentalmente di 3 tipi:

  1. Tradizionale con scanalatura piccola per invito in cera
  2. Trapezoidale con inviti di legno preformato
  3. Tradizionale con scanalatura grande per foglio cereo

Per l’apicoltore pigro il secondo tipo è fantastica perché non richiede alcun lavoro, se non quello del falegname che la prepara. Il costo è ovviamente poi alto per realizzare questa barretta.

La barretta quella che permette di inserire un pezzo di foglio cereo non è una cattiva idea e non richiede molto lavoro. Certo tocca usare cera esterna, acquistata in fogli sperando sia di buona qualità.

Il primo sistema richiede un po’ di lavoro perché ogni volta che si aggiunge un modulo bisogna preparare 8 barrette e fare gli inviti a mano col pennello come spiegato nella pagina Come preparare le barrette portafavo.

W quelle di cera!

Ma esistono vantaggi per le api ? Ebbene sì! Per coloro che popolano le arnie con due moduli mettendo le api da sopra, devono sapere che se usano le barrette di legno trapezoidali le api ci metteranno più tempo a scendere nel modulo inferiore (a volte non scendono neppure) e ciò succede anche quando sopraelevate l’arnia per la primavera! Rischiate infatti che le api non costruiscano e che anticipino la sciamatura perché non riconoscono come “papabili” quelle in legno.

La soluzione ? Una pennellata di cera!

Io comunque ho la netta sensazione di essere uno dei pochi a fare gli inviti a mano!

E voi, che barrette usate ? Come preparate gli inviti ?

Il primo barattolo non si scorda mai

È già passato qualche mese da quando ho spremuto i primi favi di pura cera naturale per trarne del miele; eppure quando riapro i barattoli di quella volta risento quell’odore tipico del miele di favo; deciso e intenso, mi ricorda il miele di una volta. Mi scuseranno gli amici apicoltori professionisti, ma i barattoli che compro al supermercato non profumano così. Forse è perché li ho fatti io, forse perché alle mie api ci tengo, forse perché so che ci ho speso tempo e fatica o forse perché la tecnica Warré è diversa dalle altre.

Qualunque siano i motivi, i miei amici erano più curiosi di me dell’assaggiare quel miele di cui tanto gli avevo parlato ed il riscontro è stato proprio come lo immaginavo: piacevole e famigliare. Col passare del tempo però altri momenti mi hanno portato a parlare di miele, ma senza la possibilità di raccontare cosa fosse un’arnia Warré e quale fosse l’importanza di una tecnica rispettosa delle api come quella dell’abate francese. Dovevo aggiungere un elemento comunicativo in più per far parlare il miele di se, per raccontare cosa fosse quel prodotto irripetibile che è il miele delle arnie a favo naturale e che andasse oltre il palato ineducato di molti di noi consumatori. Ecco che mi trovo l’immagine di un bel barattolo, semplice, lineare e “parlante” che mi appare su Pinterest e capisco che l’odiato packaging può essere addomesticato e reso utile per raccontare il prodotto. Inizia allora la ricerca e la composizione del mio barattolo e della mia etichetta.

La corona a simboleggiare la regina, l’ape protagonista incontrastata, la corona d’alloro a richiamo della poesia della natura. Nasce così lo stemma del mio miele, il simbolo che rappresenta a mio modo di vedere gli elementi chiave del fare apicoltura.

Con Adobe Illustrator non ci so fare, ma mi tocca affrontarlo per dare corpo alla mia idea (grazie per la pazienza Davide); e poi ecco la legge, che impone regole importanti per fare un’etichetta. Nessuna intenzione di vendere miele, per ora, ma se vuoi fare le cose cerca di farle bene e da subito, quindi eccomi a studiare le norme UE.

Il risultato è sotto i vostri occhi.

Il testo dietro dice:

La tecnica Warré fa uso di arnie la cui misura ricorda molto la dimensione degli spazi che le api scelgono in natura per costruire i favi di cera che contengono il miele. In Warré, le api sono libere di costruire i loro favi senza l’introduzione di cera esterna e vengono disturbate dall’apicoltore il meno possibile cioè solo per verificare la loro salute. Per questi motivi l’apicoltura Warré viene chiamata da alcuni “apicoltura naturale”. L’estrazione avviene per torchiatura per mantenere inalterato il profumo del miele.Il miele potrebbe risultare opaco per la presenza di polline, anch’esso presente nei favi al momento della torchiatura.

Alcuni scrivono che noi italiani dovremmo cercare di valorizzare di più i nostri prodotti, io spero di esserci riuscito.

Ora posso dare il barattolo ad un amico a cui chiederò di leggere il significato del miele, assaggiare il mio lavoro e gustare la natura dei fiori.

W le api.

Quando è meglio trattare in Warré?

Mi hanno chiesto come misurare il grado di infestazione da varroa per capire quando è il momento di trattare le arnie Warré.

Esistono vari modi per farsi un’idea, uno dei più famosi è quello dello zucchero a velo, quello meno affidabile è l’osservazione delle api a occhio nudo, ma quello più affidabile e semplice è misurare il grado di caduta naturale.

Il video qui sotto spiega bene come fare, ma per chi non capisce il francese ecco il riassunto:

  • Prendete un foglio di carta (tipo A3 o A4)
  • Cospargetelo di grasso o vaselina per renderlo appiccicoso
  • Inseritelo sopra il fondo, cioè sotto il primo modulo
  • Lasciatelo in sede 2-3 giorni
  • Estraetelo e contate la varroa
  • Dividete il numero di insetti contati per il numero di giorni che sono trascorsi dal momento in cui avete messo il foglio

Avete fatto tutto, e siete lì col vostro foglietto tutto storto dall’umidità e con un po’ di sporcizia? Se contate la varroa e… niente, non ci sono cadaverici esseri.. bene, siete salvi, anzi le vostre Warré sono salve.

Se invece avete meno di dieci varroe cadute ogni giorno, meglio non stare troppo tranquilli, ma non serve un trattamento. Se invece avete più di dieci insetti morti sul fondo, allora la riflessione è seria, il rischio è grave e la scelta si fa ardua: lasciare la famiglia collassare o provvedere con un trattamento ? A voi l’ardua sentenza.

Ecco il collegamento al video: comptage varroa.

Warré: una Ferrari in fuoristrada

Nessuno con un po’ di sale in zucca guiderebbe una Ferrari Testarossa o una Lamborghini Diablo durante una Paris-Dakar; allo stesso modo condurre le arnie Warré come se fossero delle DB è un controsenso.

Ricevo quotidiani contatti da apicoltori che mi scrivono privatamente per sapere come usare quella tecnica “X” in Warrè, come fare il blocco di covata, etc etc e quando cerco di fare capire loro che non possono guidare una Ferrari nel deserto, allora ecco che vogliono cambiargli le gomme, le sospensioni e il motore… il risultato ? E addio api. Quello che succede è che trattano le warre come se fossero delle DB, gli mettono i telai al posto delle barrette, trattano in ogni modo, spostano telai, bloccano la regina e così via. Nessuno poi ottiene i risultati sperati, ovviamente.

L’apicoltura con l’arnia Warré si compone di due aspetti:

  • L’arnia
  • La tecnica apistica

L’arnia

La conosciamo, i dettagli costruttivi sono elencati in questo sito nella sezione come costruire l’arnia warre.

La tecnica

La tecnica apistica è caratterizzata da alcuni aspetti:

  • Limitate ispezioni
  • Limitati trattamenti
  • Assenza di controllo della sciamatura
  • Pochi o nulli interventi umani (scambio di telai, blocco di covata, etc)

Nessuno vuole convincere gli apicoltori comuni che non si debbano fare trattamenti o che non si possa intervenire per salvaguardare la salute delle api, ma la teoria dell’arnia Warrè nasce dall’idea che le api vivono meglio se lasciate in pace e se l’ambiente è più simile al loro rifugio naturale.

Allora il mio suggerimento è il seguente: se volete sperimentare allora fatelo seriamente, ma non fate con le warre ciò che fareste con le vostre DB.

Sperimentare seriamente

Scriverò un post apposito su cosa significa sperimentare seriamente, per ora do solo due elementi chiave:

  1. Non abbandonate le api, anzi tenetele d’occhio più delle DB
  2. Abbiate fiducia nella capacità di adattamento delle api

E mi raccomando, niente Ferrari nel deserto!

(Foto: Nikita Nike)

2018: si comincia (bene)!

La stagione sta per conciare. In Liguria, nella zona del Tigullio, le api hanno iniziato a portare a casa qualche pallina di polline.

La visita di oggi ha rincuorato gli animi perché dal trattamento a base di ossalico sublimato autunnale fino a oggi, le arnie sono state lasciate al loro destino. Le scorte sono state sufficienti, e quel poco di sciroppo male non ha fatto.

La visita di oggi è stata molto semplice, ho sostituito il nutritore aggiungendo un panetto di candito per stimolare la regina a deporre e la famiglia a crescere. Forse però come stimolante sarebbe stato più corretto usare lo sciroppo, ma visto che potrebbe ancora fare qualche giornata di freddo, volevo evitare problemi.

Verso marzo/aprile conto di estendere le arnie e spero in una sciamatura dall’arnia col tetto rosso. Le ho messo vicino un’arnia vuota, con favi costruiti, nella speranza che la nuova famiglia prenda casa li, ma è solo un tentativo.

Sul predellino ho visto alcune api entrare ed uscire con polline, cariche e stanche ci arrivavano appena.. la temperatura è ancora bassa ma loro ci provano. È incoraggiante sapere che anche questo secondo inverno l’abbiamo superato.

La prossima tappa sarà il trattamento estivo che spero di poter fare appena la temperatura sale intorno ai 20ºC e contestualmente estendere le arnie.