Permapicoltura in Warré

Frequentando gli orti cittadini ho scoperto tante filosofie sottostanti l’agricoltura, quella intensiva, quella sinergica, quella antroposofica, quella della permacultura, quella biodinamica ed altre ancora.

Anche nell’ambito dell’apicoltura ho visto atteggiamenti diversi, ma il più comunee è l’apicoltura razionale a telaio, finalizzata ad una alta produzione di miele e polline.

Molti apicoltori però sperimentano anche tecniche apistiche diverse tipicamente a barrette top-bar che permettono alle api di  costruire il favo così come fanno di solito in natura.

Cercare di emulare la natura seguendone i modelli organizzativi, applicarne principi ecologici e sinergici e tutte quelle caratteristiche presenti in un ecosistema incontaminato è tipico dell’agricoltura permanente (permacultura), sulla base degli stessi concetti l’argentino Oscar ha coniato il termine permapicoltura ed ha creato la sua arnia cercando di emulare il comportamento in natura delle api.

Emile Warré cinquant’anni prima ha fatto la stessa cosa giungendo praticamente alle medesime conclusioni, realizzando però un’arnia più piccola per dimensioni ma con gli stessi principi di funzionamento.

Non è quindi un caso che in Francia, terra di origine del suo inventore, si usino le arnie Warré in ambito permaculturale.

4 pensieri riguardo “Permapicoltura in Warré”

  1. Puoi darci qualche esempio di uso di Warré in ambito permapicolturale?
    In UK David Heaf ha raccolto le “innovazioni” e i miglioramenti sulla warré, gestendo un gruppo su yahoo con un sacco di iscritti in tutto il mondo (tanti, non ricordo quanti). Ho tradotto e pubblicato il suo libro su questo argomento, ma non ci ho trovato riferimenti alla permapicoltura. Di converso, Mauro Grasso e gli altri sperimentatori dell’apicoltura permanente (mi piace il nome sciolto così) mettono il libro di warrè ai primi posti della bibliografia. Anche per le altre intuizioni dell’abate, che era contrario allo zucchero e attento a un sacco di altre cose, si può ben dire che fosse un antesignano dell’apicoltura naturale. La cosa sorprendente è che lui era arrivato a creare una vera e propria manifattura di arnie (Julien, cèà l’illustraizone in fondo al libro Montaonda, hai voglia di recuperarla e mostrarla tu?), quindi il suo metodo dovrebbe avere avuto una certa diffusione. Bisognerebbe interessare gli amici di Apistoria per scoprire che dimensioni e risultati aveva raggiunto la warré ai tempi del suo inventore…

  2. Ciao Luca,

    esiste un intero sito sulla permacultura in Alsazia e loro usano solo la Warré.
    http://permaculture.alsace/tiki-read_article.php?articleId=62

    Loro considerano l’apicoltura “permanente” quando fa parte di un ambiente permaculturale e non in modo isolato dal resto, come dire: non esiste la permapicoltura a se stante dalla permacultura.

    Secondo il concetto francese, da quello che ho percepito dalle molte letture e dai molti video, non si può fare “apicoltura permanente” senza inserirla in un contesto più ampio.

    Per Perone invece basta avere un’arnia Perone gestita come dice lui, anche in una coltivazione intensiva, per avere “permapicoltura”. Sbaglio ?

    1. Io non metterei in competizione Warrè e Perone, ma ne condividerei i principi che concordano in uno sfruttamento meno intensivo e più marginale quindi, in teoria, più rispettoso. Uno dei concetti di base è proprio la non “gestione”.
      Un’ altro pensiero è riguardo a che vuol dire inserire le api in un contesto? Ma quanto è grande questo contesto? E chi ci assicura che le api restino all’interno di questo contesto e non possano scegliere di sconfinare? Mi sembra come la presunzione dell’etichettatura del miele “biologico”. Scusate le provocazioni polemiche.

      1. Ciao Enzo,

        Grazie per il tuo commento, non ci vedo nulla di polemico, anzi!
        Nessuna competizione ha senso in effetti tra le arnie, concordo.
        A me perplime che gli italiani usino arnie africane, sudamericane etc senza conoscere quelle dei vicini francesi nate anni prima con concetti innovativi, niente di più.

        Per quanto riguarda il contesto hai perfettamente ragione: un’arnia “ecologica” in un contesto intensivo ha poco senso, così come ha poco senso un’arnia razionale in un contesto di agricoltura permanente.
        Cosa diversa è ancora il “bio” che non ha ancora nulla a che al fare col naturale.

        Il tema degli sconfinamenti è decisamente fuori dal nostro controllo secondo me, fa un po’ parte dell’effetto “butterfly”: basta un merlo con un po’ di fango su una zampa per portare nuovi semi, insetti o anche pesci in uno spazio palustre e vedere così nascere realtà non previste.
        Questa variabilità credo sia il “plus” che ci mette madre natura e che mira a diversificare qualsiasi progetto anche del permaculturista.
        Quindi per quanto le api possano poi bottinare in ambienti intossicati o anche solo non naturali, dobbiamo accettare il compromesso, secondo me.

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